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IL LAVORATORE

Giornale fondato nel 1895
Organo della Federazione di Trieste

Pelizza da Volpedo

Anno XVI numero 6 del 1/5/2015

IL PRIMO MAGGIO NON SI LAVORA

Il primo maggio non si lavora, salvo per cose assolutamente necessarie. È ovvio che infermieri, medici ecc. DEVONO essere in servizio. Quello che invece non deve essere disponibile è il lavoro delle migliaia di persone destinate a servizi non essenziali, come l’EXPO di Milano.

Andare oggi o domani in quel baraccone non fa, per il visitatore, nessuna differenza, mentre per chi vi lavora è un insulto obbligarlo a lavorare anche in questa giornata dedicata al ricordo delle lotte e delle conquiste sociali.

O è forse proprio perché si devono colpire queste conquiste che anche questa giornata deve essere colpita?

Ricordare che ci fu chi si conquistò con scioperi, sangue, scontri di piazza le otto ore di lavoro, il riposo dei sabati e delle domeniche, la fine del lavoro infantile, le ferie, il diritto alla malattia …può essere pericoloso. Ebbene, sapere che esiste ancora un giorno dedicato a questo ricordo, al diritto di trovarsi assieme, tutti, senza stare a guardare a che categoria si appartiene, sapere che c’è un giorno che mette insieme tutti i lavoratori, questo da fastidio ai padroni. Metti mai che i lavoratori si mettano in testa delle idee e comincino poi a pretendere di avere nuovamente dei contratti veri, delle paghe corrette, dei diritti da far valere…

Meglio, come disse Renzi, obbligarli a lavorare (lui parlava degli orchestrali della Scala, ma avrebbe potuto ben dire un tanto di tutti noi, colpito uno, colpiti tutti…).

Non dovete mai disturbare il manovratore, mai interferire con chi decide, e il padrone è quello che decide, tutti zitti e tutti buoni. È lui che vi paga (mica il vostro lavoro che lui rapina, deh, che pensate…), non vorrete mica essere sovversivi, i diritti sono per chi fa profitti, mica per chi lavora…

70 ANNI FA, LA LIBERAZIONE

Sono passati 70 anni da quei giorni di riscatto. I giorni in cui un popolo, finalmente attivo e operoso trovò il coraggio di uscire dagli atrii muscosi e dai fori cadenti di Manzoniana memoria e, invece di aspettare che fossero gli altri a liberarlo, decise di partecipare, soffrendo, lottando, RESISTENDO, guadagnandosi il rispetto dei “liberatori”, che videro nelle masse italiane (non certo nella infingarda dinastia reale) un possibile riscatto per il paese.

E vennero le ulteriori vittorie, quella referendaria sul sistema statale e quella per la costituzione.

Una costituzione che non poté fare a meno di tenere in alto conto le esigenze di chi aveva salvato l’onore del paese (non certo della “patria”). Operai, contadini, lavoratori e cittadini videro, per la prima volta sancite alcune basi fondamentali: diritto al lavoro, alla salute, alla paga giusta, alle ferie, all’istruzione… poi ci vollero anni perché queste parole divenissero fatti concreti, ma le basi c’erano ed erano state guadagnate da quella lotta di liberazione che aveva messo sullo stesso piano la cacciata dei nazisti stranieri, dei loro complici politici italiani e della dinastia che aveva imposto Mussolini al potere per 20 anni.

I padroni temevano quelle masse organizzate e che avevano un partito di riferimento che difendeva i loro interessi…

Poi altri anni, gli anni ’80: pian piano sgretolati i diritti acquisiti, ridotte le paghe (ricordate gli assalti alla scala mobile?), progressivamente rese “compatibili” le richieste sindacali (compatibili con che? Ma con il profitto dei padroni, ovviamente), rese “valutabili” le esigenze di salute e di istruzione (ma valutabili con che? Sempre con i profitti dei padroni, non serve dirlo). Il lavoro, sempre più parcellizzato, sempre più a partita IVA, sempre più flessibile e precario, perché “offriva più opportunità” (a chi? Ma ovviamente a chi doveva fare profitti…).

Alla fine il più tragico suicidio, quello di un grande partito operaio che aveva perso il piacere di difendere i lavoratori, che non riusciva a trovarsi in un mondo che cambiava così rapidamente. E fu la Bolognina.

Ma torniamo a 70 anni fa: per distruggere quelle conquiste ci sono voluti quasi 30 anni di duro attacco padronale. Ma quelle giornate ci ricordano anche che se il popolo si trova unito contro i profittatori può riprendere in mano i propri destini e ottenere molto, perché ha costruito tutto. I partigiani, in Italia, in Jugoslavia, in Russia, in Francia ci hanno liberato non solo della presenza di partiti autoritari, diretti da persone autonominate e criminali, ma hanno dato al popolo coscienza della propria forza…

RIPRENDIAMOCELA. C’ERA UNA VOLTA…

Cera un volta un sistema politico in cui i lavoratori non contavano, i sindacati prestavano solo servizio di mediazione senza mai protestare, garantendo al massimo che ci fosse la paga;
c’era una volta un sistema che aveva pensato bene di abbassare le paghe dei dipendenti pubblici del 25%;
c’era una volta un sistema che dava pieni poteri al governo ed ai suoi rappresentanti locali, senza tener conto di parlamento e consigli elettivi;
c’era una volta un sistema in cui “qui si lavora non si fa mica politica…”;
c’era una volta ed è pian pianino tornato ad esistere:
le leggi le decide il governo, al massimo le fa passare con la fiducia, ma il parlamento non le discute mai
i comuni sono diventati ostaggio del sindaco, e con le nuove leggi saranno ancora più “proprietà” nelle sue mani,
i sindacati sono messi in un angolo e si limitano a fare i gestori di servizi (CAF, Patronato e poco o niente altro)
le paghe dei dipendenti pubblici sono ferme da 6 anni, con una perdita di circa il 25% di valore…

C’era una volta il fascismo, e ci stiamo di fatto rientrando…

AZIENDE PARTECIPATE: E SE…?

Sia a livello statale che a livello regionale negli ultimi mesi si discute di tagliare i conti delle società partecipate. Si tratta di società alle quali sono stati assegnati i servizi precedentemente erogati dagli enti pubblici (trasporti, energia, gestione della nettezza urbana, manutenzione delle strade e chi più ne ha più ne metta) nel falso mito del “privato è meglio”. Quindi, si diceva, se gestiamo questi servizi come società per azioni la concorrenza porterà a migliorarli, abbattendone i costi.

Ma la realtà dei fatti ha dimostrato che questa era una idea completamente sbagliata. I servizi sono peggiorati, il loro costo è aumentato, in compenso la maggior parte delle s.p.a. create è in deficit e oggi, se questo deficit venisse inserito nel debito pubblico tutti i rapporti economici del paese impazzirebbero.

Quello che invece è aumentato è il numero dei consiglieri d’amministrazione (di nomina per la maggior parte politica) e di dirigenti (per la maggior parte assunti senza concorso pubblico). Il tutto, ovviamente con aumento dei costi.

Questo mentre i lavoratori, dipendenti non pubblici (pur svolgendo “pubbliche funzioni”) sono gestiti “privatisticamente” (quindi senza concorso a loro volta) con stipendi di “categoria” e tutele oggi ridotta dal jobs act, hanno paghe basse rispetto alle analoghe precedenti, sempre che non siano dipendenti di ditte o cooperative in subappalto. Il tutto mentre vigono coperture pubbliche per i costi.

Ad esempio l’asporto rifiuti, il trasporto urbano ecc. vengono pagati da comune e provincia con contributi fissati. C’è utile solo se la spa spende meno di quanto viene erogato (quindi se taglia stipendi o servizio o aumenta i costi per il cittadino), e parte di questo “utile” diventa dividendo quindi magari finisce anche a delle banche (leggi HERA in cui gli azionisti “non pubblici” stanno per avere anche la maggioranza delle azioni).

Noi comunisti proponiamo una cosa controcorrente: eliminare queste SpA e tornare alla gestione diretta e pubblica dei servizi. Per esempio a Trieste tornare alla vecchia cara ACEGAT, con dipendenti pubblici, assunti con contratto pubblico dopo concorso, con dirigenti pubblici, senza consigli d’amministrazione. Tanto, se sono comuni e provincie a pagare, sia tutto diretto e controllato da chi paga, senza costosissimi intermediari, soprattutto visti i risultati economicamente deprimenti che ci propinano.

Si potrebbe cominciare, tanto per rispettare il voto democratico dei cittadini, con la immediata ripubblicizzazione dell’intero ciclo dell’acqua, su cui un referendum ha espresso una chiara e precisa volontà di pubblico e un rifiuto del privato.

METTI UNA SERA UN VOTO…

Con un voto in consiglio comunale il 20 aprile è passata la possibilità di non avere più la maggioranza pubblica su Hera. D’accordo, la cosa era assieme a molti altri comuni, ma oggi è possibile scendere fino al 38% (cioè il 62% ai privati) su tutti i servizi erogati dalla ex municipalizzata. Significa che gli utili (fatti con gli appalti dei comuni) andranno in gran parte ai privati, che tra comune e gestore delle pulizie e dell’acqua, gas e luce, ci sarà ancora più distanza, che accordi potranno essere disdettati “perché non avete seguito la via giusta” ecc. Meno padroni a casa nostra e del nostro, veduti gli ori di casa poi, egregio signor Sindaco, cosa venderemo per avere i servizi che dobbiamo comunque pagare? Ce lo spiega, a noi della “sinistra ideologica”, lei che è della parte liberista? O nessuno le ha spiegato che chi vende gli ori poi vende solo se stesso?

UN PASSO VERSO IL PODESTÀ

Con la legge regionale sulle autonomie locali si fa un ulteriore passo verso la cancellazione della democrazia.

I comuni piccoli DEVONO sparire accorpandosi con altri più grossi, ci si dice per razionalizzare e ridurre i costi (quindi, tra l’altro, anche i dipendenti). Ma anche questi comuni maggiori poi devono riunirsi in Unioni in cui sono i soli sindaci a rappresentare il comune e che decidono su quasi tutto, togliendo anche i pochi poteri ai consigli eletti dai cittadini. Che la costituzione affidi ai comuni particolari compiti di gestone territoriale, che essi si siano creati anche sulla base di affinità tra le popolazioni ed i territori, non conta nulla. Decenni di esperienze, di rapporti storici, di attività vengono stravolti per decisione dall’alto, tra l’altro presa senza consultare effettivamente “la base” su cui si opera.

Accorpare uffici non significa razionalizzare, perché ognuno conosce casa propria, ma non necessariamente conosce quella degli altri e non sempre basarsi solo sulle leggi funziona. Ad esempio, cosa ne sa l’ufficio tecnico del comune di Trieste dei problemi territoriali di quello di Sgonico? Probabilmente nulla, quindi tutta una serie di problematiche non verrebbero analizzate, con rischio di disastri ambientali e sociali non valutabili.

Tra l’altro una regione come la nostra, caratterizzata da presenze linguistiche diverse e con vari livelli di tutela garantita ha anche altri parametri di giudizio. Dove oggi si possono presentare, ad esempio, testi in lingua slovena e si deve ricevere risposta nella medesima lingua, sarà possibile un domani? Funzionari regionali hanno già detto che ciò non può essere garantito, demandando comunque allo statuto delle Unioni tra comuni, statuto che può comunque essere sempre cambiato, e quindi i diritti diventano “variabili” e legati alla maggioranza vincente neppure nel singolo comune, ma nella “Unione”. Unione dui cui Trieste è un esempio tipico. Tutti i comuni della provincia sarebbero “Uniti”, rappresentati dai soli sindaci, ma con voto “pesato”, cioè legato al numero di abitanti del comune, con il risultato che il sindaco di Trieste pesa per 15 voti, tutti gli altri assieme per 11… Vi sembra un gioco scorretto? Forse non avete torto, ma pensate, se a Trieste vince la destra e la volta dopo la sinistra … cosa succede degli altri.

Quindi una legge che distrugge le comunità e va contro gli interessi dei cittadini, una legge da abrogare quanto prima possibile.

“LA TRUFFA DEL DEBITO PUBBLICO”
UN LIBRO DI PAOLO FERRERO

L’ultima pubblicazione di Paolo Ferrero, segretario del Partito della Rifondazione Comunista, offre una lettura alternativa a quella che è la vulgata corrente che tutti i partiti che formano il governo e la stessa comunità europea ci propinano a rete unificate: la spesa pubblica italiana è così alta e fuori controllo che ha causato un enorme buco nelle finanze italiane da far cadere lo stato nel baratro del debito. Un debito enorme, che negli anni è aumentato a dismisura, arrivando a toccare circa il 132 per cento del PIL (secondo dati della Commissione Europea alla fine del 2015 il debito pubblico italiano si assesterà intorno al 133 per cento del PIL), con interessi annui di 80 miliardi di euro. Cifre spaventose. Il governo italiano, per cercare di far fronte al debito, ha tagliato progressivamente la spesa pubblica, con gravissime ricadute sulla scuola, il sistema di assistenza pubblica, sanitaria e sociale. Ad ogni finanziaria, i tagli alla scuola, sanità e sistema sociale aumentano, come spesso aumenta l’IVA (tra le più alte d’Europa). Tutte queste manovre, scrive Ferrero, vengono giustificate nella narrativa dominante dando la colpa ai cittadini: l’Italia è stato per anni un paese che ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, supportato anche da politici che non hanno saputo porre un freno a questo carnevale e anzi, ci hanno mangiato sopra. Questa è la narrativa che non solo ci viene proposta a reti unificate, ma è diventata anche cavallo di battaglia dei diversi attori della politica italiana: da Mario Monti, chiamato a sanare nel 2011 la drammatica condizione economica in cui versava l’Italia, a Grillo che non fa altro che urlare contro i politici tutti corrotti, per non parlare della Lega che sbraita contro l’euro.

Il libro di Ferrero racconta un’altra storia. Racconta come il debito sia stato in un certo senso creato ad arte, precisamente quando nel 1981, tramite un carteggio quasi privato, venne presa una decisione importantissima, mai dibattuta in parlamento: il divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia. Questo divorzio ha fatto sì che lo stato italiano diventasse succube della finanza privata, pagando quindi tassi di interessi di gran lunga superiori al tasso d’inflazione, causando quindi l’aumento incontrollato del debito. Quindi, scrive Ferrero, il debito pubblico non è il frutto di una spesa pubblica eccessiva, bensì di una scelta politica ben precisa: “regalare i soldi delle nostre tasse agli speculatori” (pag.11). Ferrero porta poi il suo paragone in Europa. Se all’Italia fosse permesso di prendere in prestito il denaro dalla BCE al costo ufficiale del denaro che è dello 0,15% invece che pagare 80 milioni di euro di ne pagheremmo solo 3. Una bella differenza. Ma la BCE questi interessi, per statuto, li può fare solo alle banche, non agli stati.

Cui prodest? A chi giova? è la domanda che nasce spontanea leggendo il libro. Perché sono state fatte queste scelte scellerate che hanno portato e portano al progressivo impoverimento della popolazione italiana e all’arricchimento smisurato di pochi? Perché il debito e la necessità di ridurlo sono diventate le giustificazioni per tagliare la spesa pubblica, privatizzare e, soprattutto, togliere diritti alle persone, in altre parole, a mettere in pratica, senza grossi problemi, le politiche neoliberiste che favoriscono i ricchi e schiacciano sempre di più le classi meno abbienti. I diritti vengono sostituiti dal mercato. Così, per esempio, chi ha soldi si cura più velocemente e in maniera più efficiente, potendo accedere al servizio privato, mentre chi i soldi non li ha potrà accedere solo alla sanità pubblica dove, oltre ad avere liste d’attesa che spesso consistono di mesi, non si possono ottenere tutte le prestazioni. Un esempio, relativo almeno alla nostra regione, le cure dentistiche: nel pubblico sono coperte carie e pulizia dei denti, ma se ho bisogno di fare un impianto, dovrò necessariamente rivolgermi al privato. Gli esempi riguardanti l’erosione dei diritti potrebbero andare avanti all’infinito: pensiamo al Jobs Act, alle continue e scellerate riforme pensionistiche, all’appena prospettata riforma della scuola (chiamata – si direbbe ironicamente - riforma della Buona Scuola), alla svendita dei beni comuni, a cominciare dall’acqua e così via.

Quello che però mi pare particolarmente interessante, e che Ferrero illustra molto bene, è il teatro politico e mediatico messo su per sostenere la “lotta di classe dall’alto” (pag.34), una lotta contro il movimento dei lavoratori e i cittadini italiani. Alla faccia austera di Mario Monti, il professore costretto ad imporre una finanziaria “lacrime e sangue”, è stata sostituita la faccia giovanile e gioviale di Matteo Renzi, uno che lancia i suoi messaggi politici su Twitter, che sbraita contro le politiche di austerità a cui l’Europa ci avrebbe costretto, regala 80 euro in busta paga, promette di ridurre i costi della politica abolendo le elezioni del senato, dei consiglieri provinciali (ma non ha mai parlato di ridurre i vergognosi stipendi suoi e dei politici, ne di abolire i vitalizi), privatizzare tutto ciò che lo stato possiede (dove si annidano i politici trombati)....insomma, continua le politiche precedenti spacciandole per innovazioni favorevoli al povero e vessato popolo italiano. Il dramma è che la maggior parte della gente gli crede. Il lavaggio dei cervelli messo in atto dal regime ha creato un consenso diffuso alle peggiori nefandezze. Non esistono letture alternative. La modifica del titolo V della Costituzione è spesso visto in maniera positiva. La parola democrazia si scontra e si infrange davanti alle parole relative agli sperperi dello stato.

Che fare, allora? Ferrero comincia con il sottolineare l’importanza dell’informazione. Far sapere alla gente che la storia è un po’ diversa da come ci viene raccontata. Non si tratta di un lavoro facile, vista l’offensiva mediatica del pensiero unico a cui siamo sottoposti, però informare è sicuramente il primo passo fondamentale. Senza la conoscenza non si possono costruire argomenti solidi che confutino la narrativa dominante. Il secondo passo è quello di costruire un movimento europeo antiliberista (la terza via), un movimento che combatta l’austerità sia a livello nazionale che a livello europeo, rafforzando la rappresentanza della Sinistra Europea all’interno del parlamento europeo, Sinistra Europea che da sempre si oppone alle politiche neoliberiste imposte dall’Europa. Disobbedire ai trattati neoliberisti, come il TTIP, su cui da un paio d’anni l’Europa discute. Ribellarsi al Fiscal Compact, costringendo il governo italiano a ritirare la firma. Queste alcune delle soluzioni che si trovano nel libro. Si tratta di una lotta di lunga durata e non facile. Credo però che si possa e si debba cominciare. Iniziamo dal punto uno: l’informazione. Che i compagni di ogni circolo si impegnino a regalare o prestare il libro di Ferrero, a distribuire Il Lavoratore tra gli amici, conoscenti e parenti, tra i condomini, si organizzino incontri, seminari, conferenze che informino correttamente su quello che ci stanno facendo. Non sarà facile, ma si deve cominciare. L’alternativa è, come dice lo stesso Ferrero, tornare ad un mondo che assomiglierà moltissimo all’Antico Regime vigente prima della Rivoluzione Francese.

SI SCRIVE TTIP SI LEGGE “FREGATURA”

In questi anni si sta discutendo, a livello internazionale, di un accordo tra i paesi del nord America e l’Europa definito Transatlantic Trade Investements Partnership, che, nel segreto imposto dagli stati e nel disinteresse dei cittadini, finirà, se approvato, per colpirci tutti molto pesantemente.

Infatti, se da una parte Renzi ci distrugge la possibilità di avere rappresentanti politici, imponendo sistemi di persone nominate dai partiti, dall’altra sta contrattando anche piena libertà per investitori e commercianti, in poche parole rendere vero il motto “ogni diritto al profitto”.

Se passa questo accordo nessuna autorità pubblica (statale o locale) potrà più intervenire contro le aziende, anche se inquinano e uccidono con i loro scarichi. Autorizzate una volta l’autorizzazione è per sempre (pensate all’eternit, nessuna legge per impedire l’uso dell’amianto se la ditta è stata autorizzata ad aprire lo stabilimento). Ma pensate alle ferriera: nessun filtro, ha cominciato a produrre in condizioni legali allora, può continuare nello stesso modo fin che vuole…

Pensate al rigassificatore nel golfo, al primo si, non lo si blocca più.

E chi parla male di loro può essere portato in tribunale, perché sono “legali”. Solo se dimostrerà di aver subito un danno diretto potrà chiedere dei risarcimenti, individuali, ma dovrà prima vincere tutti gli avvocati della controparte, di solito ben pagati ed esperti di ogni trucco.

Metodo americano quindi, con lobbies potentissime ed abituate a vincere giocando duro.

Renzi, il distruttore dei poteri democratici in Italia, è anche uno dei più grandi sostenitori di questo trattato, che secondo lui porterà lavoro a crescita del PIL, permettendo scambi di merci ed esportazioni verso gli Stati Uniti e il Canada (omette ovviamente di dire che l’accordo permette anche le importazioni e non si potranno bloccare in nessun modo). E le decisioni su eventuali intralci posti a difesa delle produzioni nazionali (denominazioni di origine controllata o altri metodi di tutela dei consumatori) non saranno prese da tribunali statali ma da un organo “super partes” terzo, costituito, guarda caso, dalle multinazionali…

Adesso capite perché quel Renzi di prima, è così ben accolto alla Casa Bianca? Fa in Europa gli interessi degli Stati Uniti, distruggendo le tutele politiche e quelle economiche.

Non è un caso che contro il TTIP siano stati come Germania e Francia, che cercano di tutelare gli interessi del proprio capitale contro quelli del liberismo assoluto statunitense.

D’altra parte i cittadini, colpiti sia dagli interessi USA che da quelli del padronato locale, dovrebbero trovare la forza di dire:

OGNI DIRITTO AI LAVORATORI
CHI HA COSTRUITO TUTTO MERITA TUTTO

DICHIARAZIONE DEI REDDITI
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70 ANNI DE LA LIBERAZIÒN

Resta un onòr, dopo 70 anni, festegiàr la Liberaziòn.
Sacrificio de vita de tanti, per una sociàl rifondaziòn.
Xe stà liberàda ieri l’Italia del nazifascismo,
ma bisogna un’ altra Liberaziòn ogi del capitalismo.

Ghe vòl stimolàr el scrupolo de le coscienze,
rivendicàr el lavòr, scola, salute, diriti ne le vertenze.
Ne la vita bisogna avèr qualche sodisfaziòn
per creder nei valori de ieri e de ogi de la Liberaziòn.

La libertà xe un dirito de vita e un dovèr, no un sogno,
dovemo savèr dàr qualcosa pe gavèr, co xe bisogno.
Xe tropa la precarietà,la povertà le disuguaglianze,
ma no basta sospiràr e rassegnarse ne le lagnanze.

Bisogna studiàr, elaboràr, lotàr, partecipàr e refàr
per meritarse ogi sta Liberaziòn e indrio… mai più tornàr.
Ricordemo ogi, el sacrificio de ieri dei giovani e anziani,
quèi ideali atuali, stimola le lote per ogi e per el domani.

CLAUDIO SIBELIA

Lavoratore - Ottobre 2008

Disponibile online il numero di ottobre 2008 del Lavoratore in formato PDF (1.4 MB).

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